Care amiche, cari amici,

in attesa di riaprire la galleria dopo il 18 maggio e presentare nelle nostre sale le stampe da collezione di IN UNO, ora virtualmente esposte sulla piattaforma Artsy, abbiamo il piacere di segnalare l’uscita in edicola del volume dedicato a Giorgia Fiorio. Pubblicato all'inizio del mese di maggio dal quotidiano la Repubblica insieme con National Geographic, il libro fa parte della serie Maestri di Fotografia raccontati da Michele Smargiassi.

 

Per chi fosse interessato, si comunica che gran parte delle opere pubblicate nel libro potranno essere richieste alla galleria: inviare una nota a info@galleriadelcembalo.it.

 

 

Riportiamo di seguito un’estratto del testo di Michele Smargiassi pubblicato sul libro e presentato sul blog Fotocrazia di Repubblica.

 

[...] Quando chiude Il donocon la necessaria sofferenza di tutte le chiusure, dopo aver viaggiato dall’Etiopia all’India ad Haiti, dalla Birmania alle isole Vanuatu, dal Giappone al Tigrai all’isola di Pasqua al Perù, Giorgia Fiorio ha ormai alle spalle vent’anni di reportage, che lei però chiama missioni.

È una esploratrice visuale completa, matura, e qualcosa di più. Legge, studia, scrive, insegna, parla sei lingue tra cui l’hindi, crea e dirige per dieci anni un seminario internazionale, Reflexion Masterclass. Stampa da sé le fotografie per le sue mostre. Padroneggia uno stile inconfondibile. Molto deciso. Il suo formato quadrato è un ring, dove si affrontano toni e contrasti che partono sempre dal nero profondo; la grana del suo monocromo è calda, forte, evidente.

“Credo totalmente nella forma. Mi pare di non controllarla mai abbastanza”. Le dico che sono fotografie visibilmente, profondamente riscritte. Non la prende come una critica, anzi: “Voglio guidare l’occhio di chi guarda. Completamente. Voglio che veda quel che voglio fargli vedere. Uso tutti gli strumenti che ho, per questo: luce, composizione, dinamica, margini, bordi, tutto è controllato”.

Fin dal momento dello scatto. Dove il tabù del non intervento non è così ferreo. “Non mi faccio scrupolo di dire a uno che passa nella mia inquadratura: togliti da lì, la tua maglietta è troppo bianca”. Un giorno, in val di Fiemme, per una serie sui paesaggi e i confini, la sua assistente toglie dalla scena un brandello di carta. Ma che fai?, le chiede Giorgia. “Mi metto avanti sulla postproduzione”. La conosce bene.

Ma è proprio a questo punto, quando è sovrana delle sue immagini, che sceglie di rinunciare allo scettro. “Non credo più alla rappresentazione”, butta lì con noncuranza, col tono di chi chiede se gradisco una tazza di tè.

Questa va spiegata bene, Giorgia. “Non mi considero più una che fa fotografia. Non uso più questa parola, questa categoria, non come l’ho usata nei primi vent’anni del mio lavoro: quando volevo fare fotografie che restano. E non lo rinnego, sono fiera del mio lavoro. Adesso, però, la fotografia per me è solo uno strumento per costruire discorsi. Riascolto l’eco del consiglio del Dalai Lama: sento una enorme responsabilità verso le immagini e i significati che creano. Vedo i loro limiti. Fare fotografie, magari bellissime, oggi non basta più. Siamo immersi nelle immagini, ci lasciamo condizionare dalle immagini esistenti, pensiamo che quello che non si vede non esiste”.

Per questo ci fotografiamo così spesso? “Tutta questa gente si fa il selfie perché neanche se si pizzica è sicura di essere lì... Ero lì, un selfie dice solo questo, ma che tristezza questo esistere all’imperfetto… Abbiamo una responsabilità verso tutto questo visibile che produciamo ma non riusciamo a tenere a bada. E soprattutto verso l’invisibile che resta nascosto. Per questo, ho cominciato a lavorare sulle figure che già esistono. Voglio cercare quello che non riusciamo più a vedere in loro”.

La consapevolezza dell’essere. La consapevolezza del vedere. [...]

 

 

 

 

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